Italiani in F1, una “razza” in estinzione

Michele Alboreto

In principio fu Nino Farina, il primo a vincere un Mondiale di Formula 1. Correva l’anno 1950, il circus esordiva sul panorama internazionale. Il “dottore volante” si aggiudicava la prima edizione del campionato iridato, guidando un’Alfa Romeo 158. Un italiano che vinceva al debutto della categoria più affascinante della competizione automobilistica, su una macchina “made in Italy”: il massimo della libidine per gli amanti del tricolore. Nemmeno il tempo di smaltire la sbornia che nel 1952 Alberto Ascari regalava un’altra gioia all’Italia, stavolta al volante di una Ferrari 500.

Il fuoriclasse milanese, che tuttora detiene il record di vittorie per un italiano (13), si ripeteva l’anno dopo, sempre con la rossa di Maranello. Dopo di lui nessun altro connazionale è riuscito a conquistare l’iride in Formula 1. Dagli albori ai nostri giorni, sono stati 84 i piloti italiani che hanno guidato una monoposto sui circuiti del Mondiale, anche solo per una volta. Negli anni Cinquanta la compagine tricolore ai nastri di partenza del campionato era sempre piuttosto nutrita.

Il primo a vincere una gara dopo Ascari è stato Luigi Musso. Romano di nascita, legato alla casa del Tridente, riuscì a conquistare l’unica vittoria della sua carriera al Gran Premio d’Argentina 1956 con la Ferrari. Poi un digiuno di cinque anni, rotto da Giancarlo Baghetti, primo al GP di Francia del 1961, nella sua gara d’esordio in Formula 1 al volante di una Ferrari 156.  Pur essendosi piazzato in 12ª posizione nelle qualifiche, Baghetti vinse la corsa: fu il primo e unico caso nella storia del circus che un pilota al debutto conquistasse una gara.

Passarono altri quattro anni prima di rivedere un italiano sul gradino più alto del podio. Al GP d’Austria del 1964 Lorenzo Bandini, su Ferrari, tagliò per primo il traguardo di Zeltweg. Il popolo ferrarista invece dovette attendere 14 anni per assistere a una nuova vittoria di un italiano sul circuito di casa, a Monza. Dopo Ascari nel 1952, Ludovico Scarfiotti nel 1966, su Ferrari, primeggiò davanti al popolo in rosso. Ancora oggi è l’ultimo pilota italiano ad aver vinto il GP d’Italia.

Quello che seguì fu un periodo buio per il tricolore in Formula 1. La morte di Bandini a causa del rogo al GP di Montecarlo nel 1967 generò un’ondata di risonanza negativa nei confronti di Enzo Ferrari.  Il culmine si raggiunse nel 1969, forse il momento più brutto dell’automobilismo nazionale: nessun italiano al via del campionato del mondo.

Dallo “zero” assoluto l’Italia cominciò lentamente ad alzare la china. La vittoria di Vittorio Brambilla nel 1975 fu una boccata d’ossigeno per la crisi tricolore. Sul traguardo del GP d’Austria “the Monza’s gorilla”, come lo chiamavano gli inglesi, in preda all’entusiasmo festeggiò alzando entrambe le braccia e perse il controllo della sua March 751, distruggendo il musetto che per molti anni è stato usato come “trofeo” nell’officina di famiglia a ricordo dell’unica vittoria del monzese.

Intanto la colonia azzurra in Formula 1 si fece sempre più folta. E i risultati colmarono il vuoto degli anni passati. Nel 1982 Riccardo Patrese, Elio De Angelis e Michele Alboreto festeggiarono sul gradino più alto del podio, rispettivamente a Monaco, in Austria e a Las Vegas.

Non molto amato all’interno del circus, Patrese è stato a lungo il pilota con il maggior numero di presenze nelle gare di Formula 1: nella sua carriera ha disputato 256 GP, una cifra che ha rappresentato il record di partecipazioni fino alla stagione 2008, quando il suo primato è stato battuto dal brasiliano Rubens Barrichello. Ha corso con tre generazioni di piloti, da Emerson Fittipaldi a Michael Schumacher, ha guidato per squadre di serie B e per i top team, distinguendosi sempre per tenacia, velocità e sfortuna. Ha vinto sei gare nel corso della sua longeva carriera, conquistando il titolo di vice-campione del mondo nel 1992. In bacheca pure 37 podi e 8 pole position.

A un passo dal Mondiale è arrivato anche Michele Alboreto. Capace di emergere sulle strade strette di Montecarlo come sulle piste più veloci, era abilissimo sul bagnato, feroce nei confronti corpo a corpo, tattico all’occorrenza. Un pilota che non accettava di lasciar perdere una sola chance pur di farsi strada, a dispetto di un approccio mite lontano dai circuiti. Le sue origini modeste, la famiglia senza grandi disponibilità, hanno rappresentato un peso nei primi anni di gare, quando i rivali erano spesso figli di papà benestanti. Alboreto, invece, si è conquistato tutto da solo. Una lotta (anche) di classe, per emergere con qualità fuori dal comune.

Su questo ragazzo dalla pelle olivastra e dai riccioli scuri mise subito gli occhi Enzo Ferrari, che lo volle con sé a Maranello. Erano gli anni in cui le Rosse sembravano proibite ai piloti italiani, e proprio l’arrivo di Alboreto portò nella scuderia del Cavallino una ventata di ritrovato entusiasmo. Nel 1984 il trionfo già alla terza gara, in Belgio, con la Ferrari. Un tripudio: 18 anni dopo Scarfiotti, un pilota di casa nostra vinceva con la Rossa in Formula 1. Nel 1985 i tempi erano maturi per l’assalto al titolo suggellato dai successi in Canada e Germania: troppo poco però per battersi ad armi pari con la McLaren di Alain Prost che aveva un’affidabilità migliore.

Alboreto riuscì a comandare il campionato sino all’estate. E quando pareva ormai che la strada fosse in discesa, cominciarono invece i guasti meccanici al motore della Ferrari. L’Italia però, all’improvviso, scoprì di avere un pilota nel quale poter credere e identificarsi. Una carriera che in Formula 1  gli ha dato meno di quanto meritasse (5 vittorie), dopo la quale Alboreto pensava a un futuro da dirigente dell’automobilismo sportivo. Un terribile incidente in un test al Lausitzring con l’Audi R8 ha stroncato i suoi progetti, nel 2001. Di lui resta il mito: è stato infatti l’ultimo italiano a vincere con la Ferrari, l’ultimo pilota ingaggiato dal “Grande Vecchio”, Enzo Ferrari.

Con il passare degli anni, intanto, la compagine tricolore diventava sempre più numerosa. Nel biennio 1989-1990 erano addirittura 15 gli italiani al volante di una monoposto nel Mondiale. Certo, erano gli anni delle pre-qualifiche, alcuni di loro non superavano l’ostacolo del venerdì mattina, ma è comunque la dimostrazione concreta di una realtà che con 15 piloti, 7 team e 2 GP in calendario, aveva trasformato la lingua italiana in quella più parlata del circus.

La scuola italiana dilagava non solo per ragioni di sponsor ma perché era la migliore. Comprendeva campioni come Patrese, Alboreto e Alessandro Nannini, promesse di talento come Stefano Modena, Ivan Capelli, Gabriele Tarquini, Nicola Larini, Pierluigi Martini, Emanuele Pirro, Alex Caffi, Alessandro Zanardi, ma anche piloti di esperienza come Andrea De Cesaris e Piercarlo Ghinzani.

Allora per arrivare in Formula 1 non servivano grosse sponsorizzazioni o appoggi governativi, come adesso nel caso di Vitaly Petrov e Pastor Maldonado. Contava avere la reputazione di piloti vincenti, avere dimostrato di saperlo fare con pochi mezzi.

A metà degli anni Novanta ecco le due icona tricolori della Formula 1 moderna, Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli. Il romano è stato l’ultimo pilota italiano a salire sul gradino più alto del podio, con la Renault, nel 2006 in Malesia. L’abruzzese invece, dopo che Vitantonio Liuzzi è stato appiedato dall’HRT, doveva essere l’unica rappresentanza tricolore al via di questa nuova stagione, con la Caterham. Ma i soldi portati dal russo Petrov hanno convinto Tony Fernandes e Mike Gascoyne a concludere anzitempo il rapporto con Jarno. 252 GP in 15 stagioni non sono bastati per la conferma.

Il risultato è che l’Italia scompare dalla geografia dei piloti. L’Italia, non la Svizzera dove le corse sono proibite, le auto non vengono prodotte eppure c’è Romain Grosjean al volante della Lotus. La culla della tradizione e della cultura dei motori, dei tanti campionati kart dove sono venuti a farsi le ossa campioni come Sebastian Vettel e Robert Kubica, il Paese della Ferrari, della Pirelli fornitore unico delle gomme, della Brembo fornitore quasi unico di freni, della Sabelt, brand delle cinture di sicurezza, non riesce a esprimere un solo pilota su 24.

L’assenza di piloti italiani dalla Formula 1 è un dato eclatante, non solo perché non succedeva dal 1969, non solo perché il primo campionato del mondo è stato vinto da Nino Farina ma anche perché l’Italia rimane uno dei principali Paesi del mondo nell’ambito delle corse. Da oggi però campioni e talenti dell’automobilismo nazionale sono estinti nella massima competizione. Sperando in tempi migliori. Magari in una seconda rinascita, come avvenne dal 1970 in poi. Ma ci vorranno anni, se non decenni.

Vincenzo Bonanno

fonte: www.422race.com

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