Vettel ritorna al successo in Bahrain

Il campione del mondo in carica Vettel

SAKHIR – Era a digiuno da cinque gare: un’enormità per uno come lui. Sebastian Vettel torna sul gradino più alto del podio, mostrando lo smalto dei tempi migliori dopo un avvio di stagione sottotono. Il due volte campione del mondo è il quarto vincitore in quattro GP, a conferma dell’equilibrio tra le forze in campo quest’anno. Nella gara che sarà ricordata soprattutto per le polemiche relative all’opportunità di correre in un Paese in cui le forze governative reprimono duramente le proteste delle opposizioni, si rivede la Red Bull, di nuovo vincente grazie alle modifiche al retrotreno (scarichi e fondo piatto). Niente rivoluzioni, solo piccoli accorgimenti frutto della matita di Newey che hanno però permesso alla scuderia di Milton Keynes di tornare al successo.

Un colpo di reni che invece non riesce alla Ferrari, sempre alle prese con problemi di carico aerodinamico, velocità di punta e trazione. Il settimo posto di Fernando Alonso e il nono di Felipe Massa non sono un bottino all’altezza di un team che punta alla conquista del campionato. L’attesa adesso è finita: dalla Spagna in poi bisogna invertire la rotta, introducendo cambiamenti strutturali che permettano di ritrovare quella competitività che tutti si aspettano. L’assenza di un dominatore in quest’inizio di stagione è un manna dal cielo per le speranze di Maranello. Alonso infatti in classifica resta sempre nelle posizioni di vertice. L’asturiano accusa un ritardo di soli 10 punti dal leader Vettel, ma urge una svolta.

A parte l’ottima partenza, per il Cavallino l’unica consolazione in questa grigia domenica mediorientale arriva dalle McLaren, con Button ritirato e Hamilton ottavo. Il team di Woking è stato autore di una gara ben al di sotto delle aspettative. L’eccessivo degrado delle gomme e le incertezze ai box hanno compromesso la gara dei due inglesi.

La sorpresa della giornata è la Lotus Renault. Alle spalle del vincitore, infatti, da segnalare la prestazione maiuscola di Kimi Raikkonen e Romain Grosjean: due piloti fuori dal circus nelle ultime due stagioni. Il duo della scuderia di Enstone ha stupito e meritatamente conquistato il podio mettendo in fila Webber, Rosberg, Di Resta, Alonso, Hamilton, Massa e Schumacher. Il finlandese e lo svizzero con passaporto francese hanno impresso un ritmo molto alto alla gara, facendo registrare tempi constantemente più veloci della concorrenza. Sono stati gli unici a impensierire il tedeschino di Heppenheim. Se fossero partiti nelle prime file, forse avrebbero potuto pure strappargli la vittoria.

Non pervenute le Mercedes. Dopo il successo cinese, la Casa della stella a tre punte si presentava in Bahrain come la monoposto da battere. Il flop delle qualifiche, con Schumacher fuori in Q1, aveva però ridimensionato le attese per la gara, tutte sulle spalle del fresco vincitore di Shanghai. E invece Rosberg (quinto al traguardo) si è fatto notare solo per le manovre al limite nel difendere la posizione dagli attacchi di Hamilton e Alonso. Da uno come lui ci si aspetta ben altro.

Vincenzo Bonanno

 

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Italiani in F1, una “razza” in estinzione

Michele Alboreto

In principio fu Nino Farina, il primo a vincere un Mondiale di Formula 1. Correva l’anno 1950, il circus esordiva sul panorama internazionale. Il “dottore volante” si aggiudicava la prima edizione del campionato iridato, guidando un’Alfa Romeo 158. Un italiano che vinceva al debutto della categoria più affascinante della competizione automobilistica, su una macchina “made in Italy”: il massimo della libidine per gli amanti del tricolore. Nemmeno il tempo di smaltire la sbornia che nel 1952 Alberto Ascari regalava un’altra gioia all’Italia, stavolta al volante di una Ferrari 500.

Il fuoriclasse milanese, che tuttora detiene il record di vittorie per un italiano (13), si ripeteva l’anno dopo, sempre con la rossa di Maranello. Dopo di lui nessun altro connazionale è riuscito a conquistare l’iride in Formula 1. Dagli albori ai nostri giorni, sono stati 84 i piloti italiani che hanno guidato una monoposto sui circuiti del Mondiale, anche solo per una volta. Negli anni Cinquanta la compagine tricolore ai nastri di partenza del campionato era sempre piuttosto nutrita.

Il primo a vincere una gara dopo Ascari è stato Luigi Musso. Romano di nascita, legato alla casa del Tridente, riuscì a conquistare l’unica vittoria della sua carriera al Gran Premio d’Argentina 1956 con la Ferrari. Poi un digiuno di cinque anni, rotto da Giancarlo Baghetti, primo al GP di Francia del 1961, nella sua gara d’esordio in Formula 1 al volante di una Ferrari 156.  Pur essendosi piazzato in 12ª posizione nelle qualifiche, Baghetti vinse la corsa: fu il primo e unico caso nella storia del circus che un pilota al debutto conquistasse una gara.

Passarono altri quattro anni prima di rivedere un italiano sul gradino più alto del podio. Al GP d’Austria del 1964 Lorenzo Bandini, su Ferrari, tagliò per primo il traguardo di Zeltweg. Il popolo ferrarista invece dovette attendere 14 anni per assistere a una nuova vittoria di un italiano sul circuito di casa, a Monza. Dopo Ascari nel 1952, Ludovico Scarfiotti nel 1966, su Ferrari, primeggiò davanti al popolo in rosso. Ancora oggi è l’ultimo pilota italiano ad aver vinto il GP d’Italia.

Quello che seguì fu un periodo buio per il tricolore in Formula 1. La morte di Bandini a causa del rogo al GP di Montecarlo nel 1967 generò un’ondata di risonanza negativa nei confronti di Enzo Ferrari.  Il culmine si raggiunse nel 1969, forse il momento più brutto dell’automobilismo nazionale: nessun italiano al via del campionato del mondo.

Dallo “zero” assoluto l’Italia cominciò lentamente ad alzare la china. La vittoria di Vittorio Brambilla nel 1975 fu una boccata d’ossigeno per la crisi tricolore. Sul traguardo del GP d’Austria “the Monza’s gorilla”, come lo chiamavano gli inglesi, in preda all’entusiasmo festeggiò alzando entrambe le braccia e perse il controllo della sua March 751, distruggendo il musetto che per molti anni è stato usato come “trofeo” nell’officina di famiglia a ricordo dell’unica vittoria del monzese.

Intanto la colonia azzurra in Formula 1 si fece sempre più folta. E i risultati colmarono il vuoto degli anni passati. Nel 1982 Riccardo Patrese, Elio De Angelis e Michele Alboreto festeggiarono sul gradino più alto del podio, rispettivamente a Monaco, in Austria e a Las Vegas.

Non molto amato all’interno del circus, Patrese è stato a lungo il pilota con il maggior numero di presenze nelle gare di Formula 1: nella sua carriera ha disputato 256 GP, una cifra che ha rappresentato il record di partecipazioni fino alla stagione 2008, quando il suo primato è stato battuto dal brasiliano Rubens Barrichello. Ha corso con tre generazioni di piloti, da Emerson Fittipaldi a Michael Schumacher, ha guidato per squadre di serie B e per i top team, distinguendosi sempre per tenacia, velocità e sfortuna. Ha vinto sei gare nel corso della sua longeva carriera, conquistando il titolo di vice-campione del mondo nel 1992. In bacheca pure 37 podi e 8 pole position.

A un passo dal Mondiale è arrivato anche Michele Alboreto. Capace di emergere sulle strade strette di Montecarlo come sulle piste più veloci, era abilissimo sul bagnato, feroce nei confronti corpo a corpo, tattico all’occorrenza. Un pilota che non accettava di lasciar perdere una sola chance pur di farsi strada, a dispetto di un approccio mite lontano dai circuiti. Le sue origini modeste, la famiglia senza grandi disponibilità, hanno rappresentato un peso nei primi anni di gare, quando i rivali erano spesso figli di papà benestanti. Alboreto, invece, si è conquistato tutto da solo. Una lotta (anche) di classe, per emergere con qualità fuori dal comune.

Su questo ragazzo dalla pelle olivastra e dai riccioli scuri mise subito gli occhi Enzo Ferrari, che lo volle con sé a Maranello. Erano gli anni in cui le Rosse sembravano proibite ai piloti italiani, e proprio l’arrivo di Alboreto portò nella scuderia del Cavallino una ventata di ritrovato entusiasmo. Nel 1984 il trionfo già alla terza gara, in Belgio, con la Ferrari. Un tripudio: 18 anni dopo Scarfiotti, un pilota di casa nostra vinceva con la Rossa in Formula 1. Nel 1985 i tempi erano maturi per l’assalto al titolo suggellato dai successi in Canada e Germania: troppo poco però per battersi ad armi pari con la McLaren di Alain Prost che aveva un’affidabilità migliore.

Alboreto riuscì a comandare il campionato sino all’estate. E quando pareva ormai che la strada fosse in discesa, cominciarono invece i guasti meccanici al motore della Ferrari. L’Italia però, all’improvviso, scoprì di avere un pilota nel quale poter credere e identificarsi. Una carriera che in Formula 1  gli ha dato meno di quanto meritasse (5 vittorie), dopo la quale Alboreto pensava a un futuro da dirigente dell’automobilismo sportivo. Un terribile incidente in un test al Lausitzring con l’Audi R8 ha stroncato i suoi progetti, nel 2001. Di lui resta il mito: è stato infatti l’ultimo italiano a vincere con la Ferrari, l’ultimo pilota ingaggiato dal “Grande Vecchio”, Enzo Ferrari.

Con il passare degli anni, intanto, la compagine tricolore diventava sempre più numerosa. Nel biennio 1989-1990 erano addirittura 15 gli italiani al volante di una monoposto nel Mondiale. Certo, erano gli anni delle pre-qualifiche, alcuni di loro non superavano l’ostacolo del venerdì mattina, ma è comunque la dimostrazione concreta di una realtà che con 15 piloti, 7 team e 2 GP in calendario, aveva trasformato la lingua italiana in quella più parlata del circus.

La scuola italiana dilagava non solo per ragioni di sponsor ma perché era la migliore. Comprendeva campioni come Patrese, Alboreto e Alessandro Nannini, promesse di talento come Stefano Modena, Ivan Capelli, Gabriele Tarquini, Nicola Larini, Pierluigi Martini, Emanuele Pirro, Alex Caffi, Alessandro Zanardi, ma anche piloti di esperienza come Andrea De Cesaris e Piercarlo Ghinzani.

Allora per arrivare in Formula 1 non servivano grosse sponsorizzazioni o appoggi governativi, come adesso nel caso di Vitaly Petrov e Pastor Maldonado. Contava avere la reputazione di piloti vincenti, avere dimostrato di saperlo fare con pochi mezzi.

A metà degli anni Novanta ecco le due icona tricolori della Formula 1 moderna, Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli. Il romano è stato l’ultimo pilota italiano a salire sul gradino più alto del podio, con la Renault, nel 2006 in Malesia. L’abruzzese invece, dopo che Vitantonio Liuzzi è stato appiedato dall’HRT, doveva essere l’unica rappresentanza tricolore al via di questa nuova stagione, con la Caterham. Ma i soldi portati dal russo Petrov hanno convinto Tony Fernandes e Mike Gascoyne a concludere anzitempo il rapporto con Jarno. 252 GP in 15 stagioni non sono bastati per la conferma.

Il risultato è che l’Italia scompare dalla geografia dei piloti. L’Italia, non la Svizzera dove le corse sono proibite, le auto non vengono prodotte eppure c’è Romain Grosjean al volante della Lotus. La culla della tradizione e della cultura dei motori, dei tanti campionati kart dove sono venuti a farsi le ossa campioni come Sebastian Vettel e Robert Kubica, il Paese della Ferrari, della Pirelli fornitore unico delle gomme, della Brembo fornitore quasi unico di freni, della Sabelt, brand delle cinture di sicurezza, non riesce a esprimere un solo pilota su 24.

L’assenza di piloti italiani dalla Formula 1 è un dato eclatante, non solo perché non succedeva dal 1969, non solo perché il primo campionato del mondo è stato vinto da Nino Farina ma anche perché l’Italia rimane uno dei principali Paesi del mondo nell’ambito delle corse. Da oggi però campioni e talenti dell’automobilismo nazionale sono estinti nella massima competizione. Sperando in tempi migliori. Magari in una seconda rinascita, come avvenne dal 1970 in poi. Ma ci vorranno anni, se non decenni.

Vincenzo Bonanno

fonte: www.422race.com

Massa-Hamilton: un’attrazione fatale

Felipe Massa e Lewis Hamilton (google)

E siamo a quattro. Lewis Hamilton e Felipe Massa si erano già toccati a Montecarlo, Singapore e Suzuka. Adesso il contatto nella gara inaugurale del GP d’India, alla curva 5. Nel corso del 24esimo giro il pilota della McLaren ha cercato di superare all’interno il brasiliano della Ferrari: Massa ha chiuso la traiettoria prima dell’inserimento in curva e i due sono così entrati in collisione. Hamilton ha danneggiato l’alettone ed è stato costretto a rientrare ai box, spiegando via radio che era stato il ferrarista a chiudergli la strada. Massa invece ha continuato la corsa. I commissari di gara però gli hanno inflitto un drive-through, ritenendolo responsabile dell’incidente.

Il brasiliano, poi costretto al ritiro per la rottura della sospensione anteriore sinistra a causa di un passaggio su un cordolo alto, è furioso a fine gara. “Non sono affatto d’accordo con la decisione presa dagli steward. Io ero davanti ed ho frenato per ultimo ed avevo quindi il diritto di passare e di seguire quella traiettoria. Hamilton mi ha colpito nella parte posteriore della vettura, quindi non capisco perché mi hanno punito. Io ho semplicemente seguito la traiettoria ideale, frenando al limite e rimanendo sulla parte gommata della pista: lui è rimasto all’interno, sulla parte sporca, e mi ha toccato sulla ruota posteriore sinistra. Che altro potevo fare? È l’ennesima volta che Hamilton mi viene addosso quest’anno, sembra che ci sia un’attrazione fatale…”. Il ferrarista ha il dente avvelenato: “Non mi ha toccato forse la ruota posteriore? Quindi vuol dire che non era al mio fianco, per cui quello che doveva fare era frenare, ma non lo ha fatto”.

L’anglo-caraibico invece preferisce non alimentare le polemiche. “L’incidente con Massa? Non ho nulla da dire, sono le corse. Massa mi ha chiuso la strada in curva. Durante la gara ho cercato di superarlo e poi di uscire dalla manovra perché vedevo che non voleva lasciarmi lo spazio per terminarla, e poi c’è stata la collisione”.

Tra i due non corre certo buon sangue. “A suo tempo, ho cercato di parlargli ma lui non si è dimostrato interessato a farlo”, ha osservato Massa. Hamilton ha raccontato di essersi avvicinato al brasiliano durante il minuto di silenzio in ricordo di Marco Simoncelli e Dan Wheldon e di avergli augurato in bocca al lupo per la gara. Secondo il ferrarista però non è stato un modo per sancire la pace. “No, non ha cercato di fare nulla. Era al mio fianco durante il minuto di silenzio e mi ha detto: “Fai una buona gara”, tutto qui”. Uno spiraglio per ricucire il rapporto resta comunque aperto. “Voglio sottolineare che io non ho niente contro di lui e se protagonista dell’incidente con me fosse stato un altro pilota sarebbe stato lo stesso”, ha precisato Felipe.

Il team principal della Ferrari, Stefano Domenicali non nasconde il disappunto per la sanzione inflitta a Massa. “Peccato, la penalità nel contatto con Hamilton l’avrei vista in maniera diversa. Rispetto le decisioni dei giudici, ma davvero la decisione di applicargli un drive through non mi trova affatto d’accordo. Probabilmente il contatto con la McLaren ha messo un carico sulla sospensione, è stata una gara sfortunata, perdeva anche pressione il pneumatico, la corsa per lui è stata compromessa da quel contatto”, ha detto Domenicali. Ma la faccenda, di sicuro, non finisce qui.

Vincenzo Bonanno

fonte: www.422race.com

Alonso si beve le Red Bull e mette le ali

Fernando Alonso

Quel giro di pista al volante della 375 F1 gli ha portato bene. Con questa stessa vettura infatti José Froilan Gonzalez, il 14 luglio 1951, ottenne il primo successo della Ferrari in Formula 1. Sessant’anni dopo, sullo stesso circuito, Fernando Alonso ha centrato una vittoria che mancava dal GP di Corea del 24 ottobre 2010. Una vittoria ottenuta proprio sull’ostico tracciato inglese, sulla carta non certo favorevole alla rossa di Maranello. Tra le veloci curve in appoggio di Silverstone l’asturiano ha domato i tori della Red Bull, a due passi dal loro quartier generale di Milton Keynes. Uno smacco difficile da digerire per Horner e compagni.

Per una volta anche la sorte ha sorriso al cavallino rampante. Il problema alla posteriore sinistra durante il cambio gomme di Vettel ha infatti permesso al ferrarista di guadagnare la testa della classifica, raggiunta a colpi di giri record. “Ovviamente è una spinta enorme per noi. Eravamo fiduciosi di essere veloci qui a Silverstone”, afferma lo spagnolo a fine gara. Una sicurezza maturata dopo aver preso coscienza della validità delle soluzioni tecniche portate in Inghilterra, che hanno permesso alla scuderia di Maranello di azzerare il gap con la scuderia austriaca. “Sapevamo che il tracciato inglese, come Barcellona, sarebbe stato difficile per noi, per cui vincere qui è una buona motivazione per tutti e ci dà fiducia per le prossime gare. Ogni corsa ora sarà come una finale. Dobbiamo essere aggressivi, dobbiamo provare a vincere sempre”. Il titolo mondiale però resta una chimera, considerando i 92 punti di distacco dal leader Sebastian Vettel. “Cercheremo di goderci questo momento, la vittoria dopo un duro lavoro. Avremo lo stesso approccio che abbiamo avuto in Malesia e poi in Canada e anche qui. È stato un fine settimana alla ricerca della vittoria. Non ci sono pensieri sul campionato in questo momento, perché il divario è enorme da Seb. Abbiamo bisogno di goderci ogni fine settimana, e non c’è tempo per pensare a niente”, ha concluso Alonso, al settimo cielo per il primo sigillo di questo 2011.

Quella di Silverstone è stata una gara entusiasmante nel giorno in cui, per la prima volta nella stagione, non sono stati usati gli “scarichi soffiati”, inventati dalla Red Bull, copiati da tutti, giudicati illegali e banditi dalla FIA, riammessi oggi poco prima del via, ma solo a partire dalla prossima corsa, dopo una riunione straordinaria dei team. Per la gioia dei tori, preoccupati del calo di prestazioni della RB7. “Accetto il verdetto della pista di oggi. La Ferrari ci ha battuto. Non solo in questa gara, sono stati vicini anche nelle ultime due gare. Hanno un buon ritmo di gara e hanno migliorato la loro macchina. Ciò dimostra che dobbiamo continuare a lavorare e continuare a spingere molto duro”, ammette Vettel, secondo al traguardo, costretto ad alzare bandiera bianca, si fa per dire. Sul problema accusato durante il secondo pit-stop, “penso che sia difficile dire quanto ci è costato in termini di tempo, ma abbiamo perso il comando e avevo un po’ di vantaggio in quella fase, quindi non ha aiutato”, ha detto il tedeschino di Heppenheim.

In casa Red Bull però il clima è tutt’altro che sereno. L’ordine impartito a Mark Webber di mantenere le posizioni, quando mancavano pochi giri alla bandiera scacchi, non è andato proprio giù all’australiano. “Volevo correre sino alla fine. A quattro o cinque giri dalla fine, hanno iniziato a dirmi di tenere la posizione. Volevo punti, ma ne volevo di più. Se Fernando si fosse ritirato all’ultimo giro, avremmo lottato per la vittoria”, ha tuonato Webber. “Ho ignorato il team, perché volevo cercare di guadagnarmi il piazzamento. Seb stava dando il massimo, io stavo dando il massimo. Non volevo fare incidenti con nessuno. Ho cercato di fare del mio meglio, malgrado tutta la conversazione che avevo da un lato, stavo cercando di passare il ragazzo davanti”. Stavolta “i paladini della sportività” (come si definiscono i tori) hanno fatto cilecca.

Vincenzo Bonanno

fonte: www.422race.com

Solita Red Bull, risurrezione Ferrari

Sebastian Vettel e Fernando Alonso

Da tanto, troppo tempo l’aspettavano. Tifosi e squadra quasi lo esigevano. E alla fine è arrivato: in Turchia Fernando Alonso ha tagliato il traguardo in terza posizione. Un podio che a Maranello mancava dal 7 novembre scorso, GP del Brasile. Una sorpresa per tutti, anche per l’invincibile Red Bull. Vettel ha subito fatto la lepre dopo il via ma Webber ha avuto modo di toccare con mano il passo in avanti del cavallino rampante.

L’australiano ha dovuto sudarsi il secondo posto finale: prima ha subito il sorpasso di Alonso dopo il secondo pit stop, dopo gli ha restituito il favore nelle ultime fasi di gara, complice il decadimento delle gomme sulla rossa, meno “fresche” rispetto a quelle del pilota Red Bull. La scuderia di Milton Keynes sigilla quindi il suo dominio tecnico con una doppietta, la prima della stagione.

Abbiamo avuto una gara molto regolare, sono partito molto bene ed ho fatto la differenza nel primo stint di gara”. Il campione del mondo della Red Bull, Sebastian Vettel, non ha dovuto soffrire granché per vincere il GP della Turchia. I primi giri sono infatti stati decisivi per il tedeschino di Heppenheim. “Nella prima fase ho accumulato vantaggio. Ho potuto aspettare le scelte degli altri e reagire. Ho sempre avuto almeno cinque secondi di margine nei confronti degli inseguitori. Questo ha reso la mia vita più facile dal punto di vista delle strategie, sono felice dopo quanto successo venerdì e mi scuso di nuovo con i meccanici che hanno dovuto lavorare di più”.

L’alfiere della Red Bull ha infatti distrutto la sua monoposto dopo il crash alla famigerata curva 8, all’inizio della prima sessione di prove libere. Un botto che però non ha influito minimamente sulla prestazione. Anzi. La prova di forza nelle qualifiche lo aveva anticipato: record del circuito polverizzato e doccia anticipata. “Con il risultato di oggi siamo stati ricompensati. Alla fine,” aggiunge Vettel, “sarei potuto rimanere fuori con le dure fino alla fine e mi sarei potuto fermare solo tre volte ma abbiamo pensato che fosse comunque meglio rientrare per la quarta volta”.

Il campione del mondo in carica Vettel al volante della sua RB7

Prima di lasciare l’Istanbul Park, poi, un messaggio alla concorrenza. “Abbiamo fatto un passo avanti rispetto al GP di Cina e siamo certi di continuare anche nelle prossime gare”. E meno male che il tedeschino non ha potuto utilizzare tutte le novità portate dal team. Alcuni componenti unici sono infatti andati distrutti nell’incidente delle libere.

Abbastanza soddisfatto anche l’altro pilota Red Bull, Mark Webber. “Ho raccolto il massimo oggi. La partenza non è stata facile, sono rimasto un po’ indietro e ho cercato di recuperare. Ho lottato con Fernando, è stata una bella lotta. Gli pneumatici hanno avuto un ruolo importante, avevo un treno di gomme più fresco”.

L’australiano però sembra quasi alzare bandiera bianca, difronte allo strapotere del compagno di box. “Vettel è al massimo della sua forma. Ha avuto un buon avvio di stagione ed è vicino al suo massimo. Non è l’ideale per il resto di noi, ma sta a noi mettere fine al suo dominio prima o poi. Tutti hanno punti deboli. Seb ha fatto un ottimo avvio, e il team ha fatto un ottimo lavoro, questo è quanto”. L’impressione è che la seconda guida Red Bull sia un po’ meno ribelle rispetto alla passata stagione. E più incline ad assecondare la filosofia della squadra, tutta ai piedi del campione del mondo.

Il ferrarista Fernando Alonso

Fernando Alonso avrebbe potuto addirittura essere secondo, ma si accontenta del terzo posto. Di questi tempi è come una vittoria dalle parti di Maranello. “Sono felice del risultato, abbiamo avuto un buon weekend. La macchina è andata un po’ meglio rispetto alle prime gare dell’anno e abbiamo potuto combattere per il podio”. Il terzo posto della Ferrari dà alla rossa la consapevolezza di aver imboccato la strada giusta, come spiega l’asturiano.

Abbiamo perso un po’ di tempo all’inizio dietro alla Mercedes di Rosberg e non c’era più la possibilità di combattere con Vettel. Nell’ultima parte della corsa sono stato svantaggiato forse per la l’età delle gomme, ma con loro non è facile lottare. È stata dura, ma ci proveremo ancora”.

Le gomme, appunto. Il vero protagonista di queste corse sempre più avvincenti e incerte. In Turchia sono stati 79 i pit-stop in gara. Un record assoluto. Il vecchio primato resisteva dal GP d’Europa del2007. Inquell’occasione furono 75 le soste ai box, causate però da condizioni meteo piuttosto variabili. Lo spettacolo quindi è ormai una garanzia, il progresso del cavallino rampante una certezza. La prova del nove sarà Barcellona, GP di Spagna, nella tana di Fernando Alonso. Un appuntamento, anche questo, da tempo atteso da squadra e tifosi.

Vincenzo Bonanno

fonte: http://www.422race.com/2011/solita-red-bull-risurrezione-ferrari/

Migliorare la tattica: ecco la ricetta per guarire il Cavallino

Fernando Alonso

Adesso è il momento di rimboccarsi le maniche. Ammessi errori e colpe, ora tutti attendono il riscatto. Certo, a Maranello la Ferrari sta lavorando duro per preparare uno monoposto vincente in vista della prossima stagione. Ma c’è da migliorare pure la tattica.

Quel mondiale svanito all’ultima gara brucia ancora tanto nel cuore dei tifosi ma anche degli uomini in rosso. Sembrava ormai fatta, ancor di più dopo le qualifiche di Abu Dhabi.  Forse al muretto erano fin troppo sicuri di vincere, l’iride aveva ormai preso la via di Maranello. E invece, quando meno te l’aspetti, quando già inizi ad assaporare il sapore della vittoria, è arrivata la doccia fredda.

Se Alonso avesse perso il titolo in Corea o Brasile in tanti avrebbero detto: pazienza, è stata una bella lotta, intensa e avvincente, tutt’altra cosa rispetto alla noia dell’anno scorso. Ma perdere proprio all’ultimo atto sa davvero di beffa. La Ferrari è scivolata su una buccia di banana. E adesso piovono critiche e richieste di epurazione. Inutili e ingenue.

Non è l’impostazione di gara da rivedere ma la capacità di reagire con prontezza. Una cosa è la strategia infatti, un’altra la tattica. Il filo che le divide è sottile, ma la differenza sostanziale. La prima detta il comportamento da seguire in corsa, stabilito a tavolino nel pre-gara, la seconda invece riguarda le scelte e le manovre da compiere in corsa per adeguarsi alle situazioni.

L’idea di preoccuparsi solo di Webber non era così sbagliata prima del via, considerato il distacco in classifica. Quello che è mancato è stata piuttosto la reattività, la capacità d’improvvisare, di uscire da quegli schemi stabiliti a monte: il non capire che l’ingresso della safety car al primo giro aveva cambiato le carte in tavola.

Forse il nodo sta proprio qui: la Ferrari è una squadra con tante teste pensanti, forte dal punto di vista analitico ma carente su quello decisionale. Nella Formula 1 di oggi bisogna saper leggere la corsa attraverso i tantissimi episodi che si verificano ad ogni giro. Come in una campagna di guerra.

Una tattica vincente infatti va improvvisata sul campo.

A sentire queste parole forse verranno i brividi a leggende del calibro di Tazio Nuvolari, Gilles Villeneuve, Ayrton Senna. Piloti per cui contava solo la passione e la velocità in pista. Piloti che non conoscevano paure e tatticismi, ma andavano sempre e solo oltre il limite.

Tempi diversi certo, ma per una volta forse tutti vorremmo tornare un po’ indietro.

Vincenzo Bonanno

La McLaren sfida la Ferrari nelle sportcar

McLaren MP4-12C

Dalle piste di Formula 1 alle sportcar.  La McLaren sposta la sua sfida alla Ferrari.  La casa britannica parte lanciando sul mercato la MP4-12C, presentata in anteprima italiana a Milano, e conta di arrivare a produrre circa 4mila vetture all’anno nel 2015.

“Ogni anno lanceremo un nuovo modello”, ha annunciato Anthony Sheriff, amministratore delegato di McLaren Automotive, presentando il progetto, nato da un’intuizione del presidente della casa inglese Ron Dennis, il quale, anche guardando alla concorrente Ferrari, si è convinto che il business delle auto sportive possa sostenere il settore delle gare.

Il mercato britannico sarà il primo su cui si affaccerà McLaren Automotive, che con le sue supersportive conta poi di avere i migliori risultati di vendite in quello statunitense. Altri due progetti sono in fase di sviluppo. Intanto i piloti delle frecce d’argento, Lewis Hamilton e Jenson Button, hanno già provato la MP4-12C, che sarà prodotta in circa mille esemplari nel quartier generale londinese di Woking, ed è interamente made in McLaren nel design, dal motore ai cavi.

McLaren MP4-12C

Mutuato dalla Formula 1 è il telaio monoscocca in carbonio, firmato dall’italiano Claudio Santoni, che abbassa peso e costi della vettura.  Motore V8 biturbo di 3.8 litri di cilindrata da 600 cavalli a 7.000 giri/min e 600 Nm di coppia massima da 3.000 a 6.500 giri.

La prima impressione è quella di un’automobile ben fatta, curata nelle finiture e che non utilizza – almeno apparentemente – componentistica presa dalla grande serie. Il posto guida è molto raccolto, con il volante verticale – regolabile in altezza e profondità – e il sedile avvolgente.

Arriverà in Italia dalla prossima primavera.
Il prezzo della MP4-12C non è ancora fissato, ma dovrebbe aggirarsi fra i 190mila e i 210mila euro.

La sfida è lanciata: nel mirino ci sono la Ferrari 458 Italia e la Lamborghini Gallardo, ma anche la Porsche 911 Turbo S.